VIVERE DA SOLI SI PUO' ANCHE CON UNA DISABILITA'.. UNA SOLUZIONE IN LOMBARDIA HA TROVATO UN SUO EQUILIBRIO

Giovedì, 21 Settembre, 2017

Ha 33 anni Francesco, mentre Andrea ne ha 34: vivono in un appartamento dal 19 settembre 2008, un venerdì, e sono amici per davvero. Maria invece è del 1992, lavora a Ledha e abita qui da quattro anni, mentre Sabrina di anni ne ha 51 ed è arrivata da pochi mesi. Quella rivoluzione che la recente legge sul dopo di noi vuole incentivare non è una utopia: vivere in una casa normale, anche con una disabilità, si può. Il terzo settore più innovativo ci lavora da almeno vent'anni e la legge 112/2016, che proprio in queste settimane si sta facendo concreta, ha fatto sintesi di tante esperienze territoriali. A Milano ad esempio Ca' Casoria, che fa parte di Cascina Biblioteca, è stata la prima residenza ad avere caratteristiche extra standard: oggi ci vivono sei persone con disabilità.Intuire, progettare, cominciare ad attuare, a propria responsabilità e a proprie spese, è questo che è accaduto in molti luoghi. I protagonisti sono stati ovunque genitori che avevano intuito come i servizi esistenti non rispondessero alle esigenze dei propri figli e invece di accettare che fossero i propri figli a prendere la forma del contenitore, hanno creato per loro qualcosa su misura, che non esisteva. Hanno realizzato così delle case che non fossero incasellate negli standard abitativi di una comunità o di un servizio, ma semplicemente case: una casa che sia il tuo spazio di vita da adulto, lo spazio che accoglie la tua vita indipendente, dove far crescere le amicizie e magari anche gli amori.

Sempre a Milano un altro appartamento, un’altra casa. Si chiama "Al 19", ha aperto nella primavera del 2015 e ci vivono quattro persone. Annamaria, di 32 anni, e Sara, di 29, sono qui da allora, mentre sugli altri due posti si sono avvicendate più persone: costruire uno spazio attorno alle persone significa anche sperimentare possibili convivenze, che magari a volte non funzionano, perché a fare la “casa” non sono le mura ma la sintonia che nasce fra chi la abita. Una volta alla settimana qui dentro si fa un’ora di Zumba, che riunisce moltissime persone con disabilità della rete dei progetti “A casa mia” di Cascina Biblioteca: è l’occasione per conoscere persone, creare relazioni, incontrare una possibilità di vita che nemmeno forse prima si immaginava…

La persona che ha accompagnato la redattrice (Sara De Carli) a "Casa Edolo" e "Al 19" si chiama Elisabetta Malagnini e di mestiere è un monitore per la Fondazione Idea Vita.  Idea Vita è una fondazione di partecipazione voluta nel 2000 a Milano da alcuni famigliari di persone con disabilità: l’adultità è stato fin dall’inizio il tema centrale della sua riflessione e l’abitare ne è ovviamente un mattone fondamentale. I progetti della Fondazione sono partiti dall’housing sociale, con la realizzazione del primo, allora avvenieristico, condominio solidale: Cascina Biblioteca, Casa Alla Fontana e Casa Greco sono alcune delle risposte innovative che oggi la Fondazione sostiene in tema di residenzialità per le persone con disbailità. Nel tempo all'housing sociale ha affiancato progetti di housing diffuso, dove il progetto individuale della persona con disabilità si realizza in un appartamento, vivendo da solo o in condivisione con altri. Fondazione Idea Vita segue i percorsi di 41 famiglie, sul territorio milanese: 16 persone vivono già in modo indipendente dalla famiglia di origine e 12 stanno facendo delle sperimentazioni. La Fondazione ha scelto da sempre di non gestire alcun servizio, collaborando con diversi enti gestori (Cascina Bibilioteca, Spazio Aperto Servizi, Coop Lotta contro l’emarginazione, Coop Il balzo, Associazione Presente e Futuro, Ageha): questo le consente di essere un soggetto terzo e imparziale, che può scolgere un’azione di monitoraggio.

Il monitoraggio è uno dei tratti distintivi dell'azione di Fondazione Idea Vita e il fulcro del lavoro di Elisabetta, così poco conosciuto. «Monitorare non significa supervisionare con piglio ispettivo l’andamento della quotidianità o il lavoro fatto dagli operatori degli enti gestori: monitorare significa essere “accompagnatori di vita” per la persona con disabilità (e in seconda battuta la sua famiglia) ed essere garante (per questo necessariamente terzo e indipendente) del benessere e delle “possibilità” della persona con disabilità», spiega lei. Il monitore è uno "spazio bianco" che media fra la persona, la famiglia, il Comune e l’ente gestore allo stesso tempo colui che tiene memoria della storia della persona, nel passaggio da un luogo all’altro, da un servizio all’altro, da un ente gestore all’altro, il fil rouge che tiene insieme tutti i pezzi: il monitore è colui che si fa garante della "manutenzione" del percorso di vita, nei suoi inevitabili giri di boa. Pensando al tema del “dopo di noi” i monitori sono coloro che garantiscono la prosecuzione nel tempo dello sguardo del genitore, competente ed affettuoso: per questo fin da oggi il monitore "si esercita" a conoscere la persona, a riconoscerne i desideri e i sogni. «La preoccupazione delle famiglie sul dopo di noi non è tanto legata al "dove” starà il figlio ma a “come” starà. È la preoccupazione per quel “di più” che rende bella la vita. Il nostro lavoro consiste nel mantenere uno sguardo ampio, intuire nuove possibilità, allargare le possibilità di scelta, immaginare nuovi percorsi. Curare la qualità è creare autodeterminazione, se tieni alta la qualità della vita la persona si autodetermina sempre più», racconta Elisabetta.